C’è un momento della giornata in cui sogno di tornare al telefono fisso. Quello con il filo attorcigliato, che faceva “drin!” una volta sola, e se non rispondevi… pace. Ora invece, ogni volta che guardo il telefono, scopro di avere diciotto chat nuove, tre vocali, cinque gif e una citazione spirituale mandata da mia zia alle sei del mattino.
WhatsApp è la mia condanna digitale. Ci ho provato a uscirne, ma è come smettere di mangiare carboidrati: ci credi per due giorni, poi ricadi con più fame di prima.
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| Image by Thomas Ulrich from Pixabay |
Le chat di gruppo meritano un capitolo a parte. “Famiglia”, “Colleghi”, “Amiche del liceo”, “Genitori classe 2B”. Quella dei genitori, in particolare, è un inferno dantesco con emoji. Inizi a leggere per sapere se c’è il compito di matematica e dopo venti messaggi stai assistendo a una discussione sulla merenda bio.
Poi ci sono i vocali: cinque minuti di flusso di coscienza, durante i quali chi parla prepara il caffè, risponde al postino e ti racconta la sua vita interiore. Io li ascolto solo quando stiro, che tanto il ferro è l’unico che non interrompe mai.
WhatsApp ha un superpotere: riesce a farmi sentire in colpa anche quando non faccio nulla. “Visualizzato alle 09:37”. Già. E allora? Devo anche giustificarmi se non ho risposto? Una volta bastava dire “non c’ero a casa”, adesso servono scuse degne di un film di spionaggio.
Eppure non riesco a cancellarlo. Perché lì dentro c’è tutto: le risate, gli auguri, le foto, le amiche, la vita. Solo che a volte vorrei poterle infilare tutte in una busta, scrivere “ti penso” e imbucarle davvero. Senza notifiche. Senza doppia spunta. Con un po’ di silenzio in più.
A me NON mi piace.
Alla prossima lamentela.
📱🙉

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