Prima che arrivassero gli streaming, i doppiaggi perfetti e le piattaforme “in lingua originale”, c’erano loro: i robottoni giapponesi. Noi li chiamavamo semplicemente “i cartoni animati”. E andava benissimo così.
Ogni pomeriggio, appena finiti i compiti (o anche no), ci si piazzava davanti alla TV con la merenda: pane e Nutella, succo nel brick, e un silenzio religioso. Quando partiva la sigla di *Atlas Ufo Robot* o di *Jeeg Robot d’acciaio*, era come l’inno nazionale di una generazione. Cantavamo a squarciagola, anche se metà delle parole non avevano alcun senso logico (“Goldrake vaaa, distruggi il maaaal!” — ma chi era ‘sto male? boh, bastava distruggerlo).
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| Atlas Ufo Robot |
Non sapevamo che si chiamassero *anime*, né che dietro ci fosse mezza filosofia orientale. Per noi erano semplicemente eroi giganteschi che combattevano mostri alieni e ci facevano sentire invincibili. E soprattutto, ci insegnavano un concetto fondamentale: che la giustizia si fa con le lame rotanti e la schiuma elettronica.
Oggi i bambini guardano i cartoni su tablet, con l’audio in inglese e la connessione in fibra. Beati loro, certo. Ma noi avevamo l’effetto neve sullo schermo, le pubblicità della Galbusera nel mezzo, e quella suspense eterna del “continua domani”. E funzionava lo stesso.
Ogni tanto, quando su YouTube mi ricapita una di quelle sigle, mi fermo. Le prime note e sono di nuovo lì: grembiule azzurro, merenda pronta, mondo salvo grazie a un robot volante. E penso che, anche se la vita è diventata più complicata, da qualche parte dentro di noi c’è ancora un piccolo Goldrake pronto a decollare.
A me mi piace… ancora.
Alla prossima puntata.
🚀🎶

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