La posta, quella vera

Oggi le parole viaggiano alla velocità del dito: basta un tocco e partono. SMS, chat, vocali, reaction. Tutto immediato, tutto leggero, tutto senza odore. Eppure, ogni tanto, mi manca la carta — quella ruvida, che faceva resistenza sotto la penna.

Negli anni ’80 scrivere una lettera era un piccolo rito. Si sceglieva la carta da lettere (quella con i fiorellini o con la cornice blu, a seconda del destinatario), si cercava una penna decente e si cominciava con un “Caro…” che aveva un peso vero, non solo grammaticale. Ogni parola costava un po’ di tempo e un po’ di attenzione. E quando chiudevi la busta, avevi davvero la sensazione di aver detto qualcosa.

Image by Margarita Kochneva from Pixabay

Io ricevevo lettere dalle amiche in vacanza, dai cugini lontani, persino da un paio di “spasimanti epistolari” che oggi definiremmo semplicemente “contatti”. Ogni volta che arrivava una busta con la mia grafia scritta sopra, mi prendeva una piccola emozione fisica. Aprirla era come scartare un pensiero. E dentro c’erano storie, disegni, profumi, qualche volta anche briciole di sabbia o una foglia secca.

Adesso la posta serve per le bollette e le pubblicità. Le uniche lettere che arrivano sono quelle che ti mettono ansia. Eppure, se potessi, tornerei a scrivere anche solo per il piacere di vedere l’inchiostro scorrere e sapere che da qualche parte, tra due o tre giorni, qualcuno aprirà quella busta e sorriderà.


Scrivere a mano è un gesto lento, e quindi onesto. Ti costringe a pensare, a cancellare, a riscrivere. Non puoi modificare con “backspace”, e forse per questo le parole, allora, pesavano di più. Forse non avevamo più cose da dire, ma solo più tempo per dirle.

A me mi piace… ancora.
Alla prossima puntata.
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